In gita con noi

Il Bosco Caproni di Arco

di Maria Bertolini

ScienZine vi propone un’uscita sul territorio dell’Alto Garda trentino alla scoperta di un’area di grande interesse ambientale e ricca di testimonianze storiche e artistiche. Sono i 44 ettari di Bosco Caproni, nel comune di Arco, poco a nord dell’abitato di San Martino, ai piedi del Monte Stivo.

Come arrivarci

All’altezza di Massone, lungo la strada statale 45 bis, l’indicazione “Falesia di Policromuro” ci guida fino all’omonimo parcheggio. La zona è molto frequentata da chi pratica freeclimbing, data la presenza di naturali e maestose pareti rocciose a strapiombo sulla vallata. La piacevole passeggiata, adatta a tutti, della durata di due ore e mezzo, ha un dislivello di 150 metri e disegna un anello lungo il versante rivolto a sud.

Presentazione

Nel 1996 il comune di Arco acquista l’area dagli eredi di Gianni Caproni (Massone 1886, Roma 1957).

Nel 2004 il percorso naturalistico viene messo in sicurezza dai servizi provinciali. In futuro, la gestione dell’area sarà curata del comune di Arco e dal Museo tridentino di scienze naturali.

Incantevole il panorama: verso sud il Monte Baldo, il Lago di Garda, il Monte Brione e le Prealpi Ledrensi. Facilmente riconoscibile è la tipica forma ad U della valle, che testimonia la sua origine glaciale. Verso nord il Monte Brento e le Marocche di Dro, la Paganella e il Monte Bondone.

La copertura vegetale è caratterizzata in prevalenza dal bosco a leccio, olivo, pino nero e castagno. La flora è presente con oltre 400 specie, alcune delle quali a rischio di estinzione o minacciate. Le specie animali sono oltre cento fra stanziali, migratrici, svernanti e occasionali. Le testimonianze geologiche sono rappresentate dalle tracce lasciate dalle glaciazioni, dai fenomeni carsici tipici della zona pedemontana del Basso Sarca (campi carreggiati, vaschette di corrosione, ecc.).

Iniziamo la passeggiata

Lasciato il parcheggio imbocchiamo il sentiero verso nord, tra gli olivi tipici della zona di Arco. Osserviamo la caratteristica forma irregolare e contorta del tronco che si accentua con l’aumentare dell’età della pianta. I segni colorati che spiccano sulle cortecce ci indicano le iniziali dei proprietari. La varietà presente ad Arco è la “frantoio”, introdotta dalla Toscana a partire dal 1930. La chioma rada degli olivi permette a molte specie vegetali mediterranee, amanti della luce, di sopravvivere: tra le piante aromatiche riconosciamo la menta, la melissa e il timo.

Fra gli insetti sono presenti specie diverse di farfalle e ortotteri che trovano in questo ambiente l’habitat ideale. Fra i vertebrati si possono frequentemente osservare di giorno i tordi, mentre la notte fanno la loro comparsa specie più elusive come il tasso o i piccoli mammiferi come il mustiolo e le crocidure. Di giorno, in cielo, si sente echeggiare il kii-kii-kii del gheppio che nella tipica posizione “a spirito santo” scruta verso il basso in cerca di prede.

Proseguendo lungo il sentiero, lasciata l’olivaia, diventa protagonista la vegetazione spontanea: ciliegi selvatici, fichi, ligustri, rovi, carpini, frassini, biancospini e scotani questi ultimi usati dall’uomo in passato per conciare e tingere il cuoio. 

La strada

Mentre percorriamo il sentiero veniamo catturati dalla singolarità della strada: un mosaico di pietre di dimensioni diverse, accostate finemente le une alle altre. Questa tecnica raffinata ha permesso alla strada stessa di resistere per secoli al dilavamento delle piogge.

Su alcune di queste pietre si possono osservare solchi paralleli, prodotti dalle ruote dei carri, a cui i contadini in passato toglievano la parte posteriore per salire più agilmente e approvvigionarsi di legna o altro materiale.

Già in epoca romana e medioevale durante i momenti di straripamento del fiume Sarca, allora non arginato, la gente era solita proteggersi in alto, lungo queste direttive ritenute sicure. Provoca una certa emozione ripercorrerle ora con spirito diverso.

Sulle pareti rocciose trovano il proprio habitat specie vegetali pioniere come il Sempervivum, Hieracium porrifolium, e il raro Moheringia bavarica. Fra gli uccelli può fare la sua comparsa il biancone, grande rapace diurno; tra le specie insettivore riconosciamo le rondini montane e i rondoni. Molte sono le specie di passeriformi presenti. Tra gli arbusti sono presenti la sanguinella, il corniolo, il nocciolo, il terebinto, lo scotano e il pero corvino; tra le erbe termofile: il pungitopo, la timonella e il camedrio comune.

Le cave di pietra statuaria

Lungo il sentiero impressionanti e stupefacenti ci appaiono le cave di oolite, scavate nel bancone oolitico del dosso di Vastrè (o Monte Patone), La formazione rocciosa risale al Giurassico medio (165 milioni a.f.) ed è dello spessore di 3-4 metri inclinato di circa 30 metri ad ovest.

La pietra bianca, estratta da queste cave e facilmente lavorabile, veniva utilizzata nel XIX secolo per abbellire le sommità delle colonne, per fare capitelli e altari. Proprio per questo è detta pietra statuaria. Con questa pietra sono state scolpite le statue che ornano il ponte Taro a Parma, la fontana di Piazza Duomo a Trento, le statue di Prato della Valle a Padova, alcune statue nella Collegiata ad Arco e la statua del Mosè di Arco. A partire dal 1851 il lavoro di estrazione si ridusse drasticamente.

Il Bosco di leccio e i muretti a secco

Lasciate la cave situate più in basso entriamo nel bosco a leccio, la specie arborea più frequente nel Bosco Caproni. È una quercia sempreverde tipica dell’ambiente mediterraneo che trova nell’Alto Garda il suo limite settentrionale di distribuzione. Osservando le sue foglie notiamo la forma diversa che le contraddistingue: quelle in ombra sono larghe e sottili, quelle esposte al sole sono piccole, spesse e coriacee. Lungo il sentiero che attraversa il bosco si segnala la presenza di alcune “opere artistiche naturali” che fanno riferimento alla manifestazione “Sculture Park Drena 3000”, un evento culturale in cui natura e arte si coniugano armoniosamente.

Accanto al leccio troviamo la roverella, il frassino e il carpino nero, tutte piante queste che non superano i 50 anni di età. L’uomo infatti, praticando in passato la ceduazione, ha uniformato il bosco. Il pino nero, specie alloctona per le nostre zone, è stato introdotto dall’uomo in passato per rimboschire le aree più difficili.

All’interno del bosco attira la nostra curiosità la presenza dei muretti a secco costituiti da rocce di natura e forma diversa (rocce calcaree, granitiche, porfiriche, ecc.) accostate dall’uomo le une vicine alle altre senza l’utilizzo di cemento o calce. I porfidi provengono dalla Piattaforma Porfirica Atesina dell’area di Bolzano, mentre i graniti dal Massiccio dell’Adamello. Data l’estrema distanza che separa queste rocce dalla loro zona di origine, questi massi sono detti erratici: furono proprio i ghiacciai che durante il Quaternario, li trasportarono, durante le fasi di espansione, fino a qui e li abbandonarono nel momento del loro ritiro. I muretti a secco sono la testimonianza di terrazzamenti fatti dall’uomo nei secoli scorsi, per spianare e delimitare piccoli poderi e utilizzarli a scopi agricoli (“fratte”). I muretti inoltre facilitavano la raccolta dell’acqua piovana. Ormai coperti dai lecci cresciuti spontaneamente rimangono a testimonianza dell’incessante lavoro dell’uomo.

Lungo il sentiero ci si imbatte in massi rocciosi profondamente incisi e fessurati. Sono i campi careggiati prodotti dall’acqua piovana, che porta in soluzione l’anidride carbonica presente in atmosfera. L’acido carbonico così formato corrode la roccia calcarea: il fenomeno, conosciuto con il termine di carsismo, produce in superficie i campi solcati e le doline.

Nel bosco con un po’ di fortuna e adocchiando tutt’attorno si possono individuare le tracce degli animali tipici di questo ambiente: la latrina di tasso, gli escrementi di volpe, i resti alimentario di scoiattoli e altri piccoli mammiferi, i nidi e le tane. Di tanto in tanto il tambureggiare del picchio rosso maggiore rompe il silenzio e nel periodo primaverile con un binocolo e un po’ di fortuna è possibile individuare il picchio muratore che adatta l’apertura del nido del picchio cementandolo con fango.

Le cave alte più alte

Nella parte più alta entriamo nelle cave, che a partire dalla seconda metà del XIX secolo, fornirono la pietra per la costruzione di tubi usati dalle amministrazioni comunali per distribuire l’acqua potabile nei paesi e nelle città. All’inizio del XX secolo anche queste cave vennero dimesse e durante l’ultimo conflitto mondiale diventarono momentaneo rifugio antiaereo per gli abitanti di S. Martino. Ora restano come importante testimonianza di archeologia industriale.

Sulla cima

Arrivati nella parte più alta del sentiero, sulla cima del Monte Patone, l’occhio può spaziare liberamente sul Basso Sarca e sui centri abitati di Ceniga e Dro, sui vigneti, frutteti e olivi abbondanti nel fondovalle.

Di ritorno verso valle

Scendendo verso il punto di partenza, lungo l’antica strada incassata fra le rocce, ci troviamo infine in una piccola e suggestiva valle profondamente incisa dai torrenti che hanno scavato e levigato le pareti, formando tetti di roccia, che nei secoli scorsi sono stati utilizzati dall’uomo come riparo. In questi anfratti, sulla superficie di alcune rocce, si notano incisioni lasciate nei secoli scorsi. Qui maestose appaiono le piante di edera che arrampicano sulle pareti rocciose fino alla cima. Muschi e felci trovano in questo ambiente l’habitat ideale. Con un po’ di fortuna è possibile inoltre imbattersi in salamandre e altri anfibi.

Usciti dalla valle ritroviamo la strada iniziale che ci riporta velocemente al punto di partenza.

Il testo qui proposto è tratto dalla guida “Bosco Caproni” stampata dal Museo tridentino scienze naturali in collaborazione con il comune di Arco e il Servizio ripristino e valorizzazione ambientale P.A.T. nel mese di novembre 2004. I testi sono a cura di Fiorenza Tisi (conservatore della Sezione Botanica, Museo tridentino scienze naturali), Francesco Rigobello (botanico della Sezione Botanica, Museo tridentino scienze naturali) e da Romano Turrini, storico di Arco.

Per richiedere l’opuscolo e per maggiori informazioni riguardo all’escursione si può telefonare al Museo tridentino scienze naturali: tel. 0461/270311