PIANTE

Piante e profumi: “La puzza che piace”

di Francesco Rigobello

 

Nel corso del tempo le piante hanno sviluppato un numero grandissimo di adattamenti al fine di favorire la riproduzione e la diffusione della propria specie.

Encephalarthos woodii

Encephalarthos woodii
Immagine da IUCN - International Union for Conservation of Nature and Natural Resources

Tra i più spettacolari vi sono quelli che hanno la funzione di attirare gli animali sui propri fiori, far si che raccolgano il polline e, inconsapevolmente, lo trasportino fino ad un altro fiore che in questo modo viene fecondato.

Per attrarre gli impollinatori i fiori delle angiosperme hanno sviluppato una ricca varietà di forme, colori e profumi che servono come segnale della presenza di nettare o polline. Reciprocamente, gli insetti e alcuni uccelli e mammiferi presentano adattamenti morfologici, sensori e fisiologici che permettono loro di localizzare e utilizzare il polline e il nettare.

L’impollinazione da parte di coleotteri pronubi è probabilmente la condizione primitiva nelle piante con fiori: molti dei fiori più primitivi, come avviene anche in alcune specie di orchidee moderne (Listera cordata), probabilmente emettevano odori fetidi che attiravano coleotteri e altri insetti che normalmente si cibavano di funghi marci, carogne o escrementi. Sembra infatti che l’odore dei pollini sia l’aroma fiorale più antico e che già esistesse, prima ancora della comparsa dei fiori, in gruppi vegetali assai primitivi le cui strutture riproduttive erano visitate dai coleotteri.

Solo più tardi sono apparsi fiori adattati a essere impollinati da api, farfalle e falene; riconoscibili per avere corolle più o meno tubulari, colori brillanti e abbondante produzione di nettare e polline viscoso.

Anche attualmente ci sono piante che si servono di coleotteri per l’impollinazione: normalmente hanno poco nettare o non ne hanno affatto e attraggono gli impollinatori con enormi quantità di polline che in gran parte viene mangiato dagli insetti stessi. Ad esempio nel genere Magnolia, i grandi fiori primitivi dall’odore intenso sono impollinati da coleotteri attirati dall’odore del polline, e in certi cycas sudafricani, come gli Encephalartos il polline viene trasportato da insetti attratti dal tremendo fetore degli strobili maschili.

Amorphophallus titanum

Amorphophallus titanum
Immagine da “Cambridge 2000” Gallery: Botanic Garden

Casi particolari e spettacolari sono quelli della Rafflesia arnoldii e dell’Amorphophallus titanum. La Rafflesia arnoldii è una pianta parassita, scoperta nell’isola di Sumatra in Indonesia nel 1818, che produce il più grande fiore del mondo dal diametro di circa un metro ed il peso di circa 10 Kg. Alla sua fioritura le mosche vi si precipitano dirigendosi verso un foro oscuro che si apre al centro della corolla carnosa, variante dal rosso carne al violaceo della putrefazione. Il suo odore nauseabondo le affascina completamente e dopo ampie e sapienti manovre interne se ne vanno cosparse di polline.

L’Amorphophallus titanum, [Fig. Amorphophallus titanum] scoperto a Sumatra nel 1878 da un esploratore naturalista fiorentino, Odoardo Beccari, presenta la più grande struttura fiorale del mondo: larga oltre 1 metro, alta fino a 3 metri e pesante fino a 70 Kg, attira i coleotteri (scarabei) con il suo ributtante odore di cadavere.

Versione in formato ridotto dell’Amorphophallus, negli arum delle zone temperate centinaia di minuscoli fiori si allineano lungo un asse centrale terminante in una clava carnosa, il tutto avvolto da una larga spata più o meno fittamente punteggiata di porpora. Questo cartoccio emana anch’esso un odore nauseabondo e mosche e moscerini vi si tuffano voluttuosamente attratte dal doppio segnale visivo e olfattivo. Un complicato gioco di fiori maschili, femminili e sterili che sbocciano in tempi diversi, e la spata, che impedisce agli insetti di andarsene, rendono la fecondazione incrociata quasi inevitabile. L’Arum conophalloides attira solo le femmine di certi moscerini che succhiano il sangue, assumendo pertanto l’odore della pelle delle vittime di tali insetti. Il moscerino ci casca, impollina l’arum e se ne va frustratissimo, senza aver ottenuto nulla in cambio.

Gli arum non attirano le mosche solo con il loro odore ma anche con il calore generato dal fondo della propria robusta struttura fiorale, calore che del resto accentua ulteriormente il fetore.

Stapelia grandiflora

Stapelia grandiflora
Immagine da “Stapeliads - Orchids of the Succulent World

La Stapelia grandiflora, fiore sudafricano a forma di stella marina e dall’odore di carne in putrefazione, è visitato da moscerini che depongono le uova indifferentemente negli ovari di tali fiori, nei cadaveri e negli escrementi. [Fig. Stapelia_grandiflora]La giovane larva a cui è toccato in sorte di nascere all’interno del fior1e, non trovando nutrimento vi muore. Inoltre l’odore nauseante di questi fiori, che in alcune specie raggiungono i 35 cm di diametro e sono dei veri e propri trabocchetti, scompare subito dopo la fecondazione. La Stapelia quindi riceve senza dare nulla in cambio e per di più lascia morire la prole dei suoi visitatori, nonostante le rendano il servizio di impollinarla.

Mano a mano che la rivoluzione apportata dalle angiosperme si affermò all’interno del regno vegetale, le piante cominciarono ad evolvere mezzi sempre più sofisticati per attirare una crescente diversità di insetti, uccelli e pipistrelli che visitano i fiori. E, se i fiori impollinati dagli uccelli sono colorati e non emettono nessun odore perché gli uccelli sono guidati dalla vista e non dall’olfatto, i fiori impollinati dai pipistrelli, che sono quasi ciechi, sono bianchi o verdastri ed emanano un odore specifico di ammuffito o stantio simile a quello dei pipistrelli. Questo capita ad esempio nel baobab (Adansonia digitata) e nell’albero dei salami (Kigelia aethiopica).

Albero di baobab

Albero di baobab. Immagine dal sito del U.S. Geological Survey          

 Fiore di baobab. Foto di Brian Seales

Fiore di baobab. Foto di Brian Seales da “Ecliptomaniacs

A seconda delle piante, i fiori del baobab “profumano” del puzzo selvatico di volpe o di pesce o di cavolo o di latte acido o, nel migliore (per noi!) dei casi, di cetriolo. Ricerche effettuate hanno dimostrato che i pipistrelli durante il volo emettono secrezioni ghiandolari dall’odore acre con funzione di richiamo e di riconoscimento. Il baobab ha dunque “scoperto” questo codice odoroso e lo ha ricreato per attirali e così fargli trasportare il suo polline. Inoltre, per favorirli e così favorire l’impollinazione, i fiori del baobab sono ricadenti, con numerosi stami ed antere e posizionati fuori dalle foglie.

Non solo profumi e bei colori, quindi, ma anche odori, puzze e fiori dai colori poco appariscenti: qualunque strategia è valida purchè così facendo si riesca a rendere più certa la fecondazione del fiore e la diffusione della specie. E basta guardarsi attorno con attenzione per vedere come le piante con questi e altri adattamenti siano riuscite nel corso del tempo a differenziarsi e colonizzare tutti gli ambienti disponibili.

 

 





aprile 2006

Foto in home page Rafflesia arnoldii Foto di Alain Compost, dal sito di “Greenpeace

 

Link di approfondimento

 

Da Myristica un articolo di Vincenzo Rubino sui vari tipi di arum.

Alcune belle Stapelia di origine africana dalla “Stapeliad Picture Gallery” di GERALD S. BARAD